Psicomotricita' per gli adulti affetti da Sclerosi Multipla. Il progetto all'Ospedale di Gallarate

Non solo terapia per bambini. Un avanguardistico progetto è in fase di sviluppo all’Ospedale di Gallarate: gruppi di psicomotricità destinati ad adulti affetti da Sclerosi Multipla

Nell’androne della sala solitamente adibita alla fisioterapia, quando entro, c’è già musica.
Franco Milano, psicomotricista – nonché mio fisioterapista –  mi accoglie con allegria: l’aria nella palestra 4 è frizzante nonostante il caldo. Al posto delle solite attrezzature sono comparsi un proiettore, uno stereo ed un grande telo in stile cinema. Si aspettano delle personalità, oggi, per parlare di un progetto decisamente innovativo: l’uso dellapsicomotricità rapportata al mondo degli adulti.

Di psicomotricità si parla spesso nella prima fase dello sviluppo del bambino, poi questa parola scivola oltre e viene lasciata a galleggiare nei ricordi; ma all’Ospedale di Gallarate si sta mettendo a punto una speciale macchina del tempo attraverso la quale si può viaggiare negli anni e recuperare quella magica potenzialità di auto guarigione che hanno i piccoli attraverso il gioco.
Sono invitata all’incontro in veste di articolista ma anche come probabile futura partecipante, sebbene non sia affetta da sclerosi multipla, cosa che all’inizio mi ha sorpresa: ma una delle innovazioni importanti portate da questo progetto è proprio quella di essere un progetto incentrato sulla persona. Il cardine degli incontri non è quindi la malattia e nemmeno il paziente, ma la persona a prescindere dal suo grado di disabilità.

Franco inizia a raccontarci, coadiuvato da un video, che ogni seduta è una totale sorpresa e non c’è niente di pilotato o di costruito in precedenza: lui si pone come intermediario fra le persone, osserva gli eventi, aiuta nel movimento, supporta senza invadere. Si arriva, ci si tolgono le scarpe e si comincia ad inventare. Chiunque è libero di giocare come vuole. Esatto: GIOCARE! Liberi, inventando come fanno i bambini, è più facile dimenticarsi della propria disabilità perché di questo si tratta: lasciare indietro i limiti, nuotare un po’ più al largo dei propri problemi. I volti dei partecipanti la dicono lunga su qualcosa che porta nella vita un cambiamento epocale, eppure nell’ora dedicata alla psicomotricità questi volti si lasciano alle spalle tutto per cercare un sorriso interiore che si trasforma in benessere fisico.

La sala che ospita la seduta diventa un micro mondo. Una zattera, poi un percorso ad ostacoli, poi una spiaggia dove rilassarsi. Non c’è limite alla fantasia e tutti possono collaborare per rendere il gioco più gustoso. Ci si mette in ballo in prima persona senza lasciare che le paure, i dolori e le preoccupazioni abbiano il sopravvento… almeno per quell’ora.
Rimango affascinata dal notare come le persone siano capaci di lasciarsi andare sia al racconto del proprio vissuto sia al vero e proprio godimento dell’attimo ludico. C’è chi ride di gusto, il viso rilassato e gioioso, chi esplode in un liberatorio “ma chi se ne frega della malattia!”, chi canta e coinvolge nel coro l’intero gruppo. Si può fare tutto ed essere tutto, in quel momento di complicità e sostegno.

L’atmosfera è coinvolgente e mette addosso una gran voglia di partecipare, facendomi tornare in mente che era proprio questa la sensazione che provavo quando ero piccola e vedevo giocare un cerchio di bambini sconosciuti: irresistibile la voglia di giocare ed assaporare il momento in prima persona, dimenticando qualsiasi altra cosa. Franco conclude l’incontro invitandoci a riflettere sull’importanza dell’avviare una ricerca che porti a conclusioni e risultati quantificabili, ma soprattutto che garantisca una continuità a questi preziosi momenti di rigenerazione.
Mi chiedo: quand’è che si perde quella magica capacità di guarirsi i giorni mettendo in campo la fantasia come fanno i nostri piccoli? Quando smettiamo di usare il gioco come terapia? Mi sono data una risposta. Non smettiamo MAI di giocare. E’ solo che qualche volta, a causa degli eventi che incontriamo nella vita, ci dimentichiamo come si fa.

FONTE: (disabili.com)

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